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Equitazione

L’equitazione è uno sport olimpico che prevede l’abbinamento fra uomo e cavallo (dalla cui radice latina, equus, prende il nome). Può essere praticato sia singolarmente che in gare organizzate per squadra, in strutture coperte, in maneggi all’aperto o in campagna (a seconda della disciplina scelta).

Tipi di equitazione

È difficile sintetizzare il significato del termine “equitazione” ovvero del rapporto complesso che si instaura tra uomo e cavallo, in particolar modo nel momento in cui l’uomo si trasforma in cavaliere.
In realtà l’equitazione è una delle “arti” più antiche a cui si è dedicato l’uomo.

Il primo manuale a noi pervenuto fu redatto dal Mitanno Kikkuli, nell’anno 1.350 avanti Cristo: “La cura e l’alimentazione del cavallo da carro”.

Invece, il più antico e più noto manuale in cui è trattato anche il modo di montare a cavallo è Ipparchio scritto da Senofonte.

Si può senz’altro dire che la storia dell’uomo è stata scritta sul dorso del cavallo.
Da Alessandro il Grande alla conquista delle Americhe, tutto si svolse a cavallo e grazie al cavallo.

Nella storia greca e romana chi sapeva equitare acquistava un “valore aggiunto” nelle società.
Da allora in poi il titolo di cavaliere divenne espressione di nobiltà, ma anche, di converso, nei secoli successivi, i nobili furono costretti ad imparare l’”arte di equitare” per partecipare alla vita politico-militare e mantenere così il proprio potere sul territorio.

L’approfondimento tecnico dell’arte di montare a cavallo fu ovviamente sempre appannaggio della cavalleria, ed i grandi cavalieri che hanno scritto migliaia di libri di tecnica equestre (Grisone, Fiaschi, Santapaulina, Pignatelli, Pluvinel, De La Guérinière, Sind, Sidenahm, Hunensdorf, Mazzuchelli, Baucher, D’Aure, L’Hotte, Caprilli, Steinbrecht, Plinzner, Beudant, solo per citarne alcuni) furono spesso collegati all’ambiente militare.

Non vi è altra attività dell’uomo in cui, nel corso dei secoli, siano stati scritti tanti testi di approfondimento.

Ma il rapporto che si stabilì nei secoli tra uomo e cavallo, si modificò gradualmente nell’ultimo periodo storico, da quando cioè il motore a scoppio trasformò il modo di viaggiare e il modo di belligerare.

Dal novecento in poi l’equitazione perse la propria importanza e venne relegata al semplice ambito di attività ludico-sportiva.

Volendo fare una classificazione approssimativa, possiamo distinguere i seguenti tipi di monta:

  • da lavoro: tutti quei tipi di monta che hanno avuto o hanno a che fare con attività di tipo lavorativo col cavallo, prevalentemente per l’allevamento del bestiame.

    • Monta Western (Stati Uniti)
    • Vaquera (Argentina, Spagna)
    • Maremmana (Italia)
    • Monta inglese
  • sportiva: tutti i tipi di monta che hanno a che fare con lo sport agonistico ed in particolare con le discipline olimpiche.
  • Equitazione Classica: l’attività equestre che si rifà all’equitazione praticata secondo i testi dei Vecchi Maestri ( De La Guérinière, Baucher, Steinbrecht, L’Hotte etc.) fra i quali è annoverato anche il Maestro contemporaneo Nuno Oliveira.

Le andature del cavallo

Le andature naturali del cavallo sono tre:

  • Il passo: è un’andatura “camminata” in quattro tempi. Il cavallo muove gli arti uno alla volta in questa successione: posteriore ds-anteriore sn-posteriore sn-anteriore ds. È un’andatura poco faticosa ma lenta. Il cavallo con questa andatura percorre da 5 a 7 Km in un’ora.
  • Il trotto: è un’andatura “saltata” in due tempi per bipedi diagonali in questa successione: posteriore ds con l’anteriore sn (diagonale sinistro) posteriore sn con l’anteriore ds (diagonale destro). A questa andatura il cavallo sviluppa una velocità che va dai 10/12 Km/h fino ai 55 Km/h nelle corse al trotto.
  • Il galoppo: è un’andatura “saltata” in tre tempi più uno di sospensione ed il cavallo muove prima un posteriore poi il pipede diagonale infine l’altro anteriore. Il galoppo si dice “destro” o “sinistro” a secondo quale anteriore tocca per ultimo terra. Nel galoppo da corsa il cavallo scinde la battuta del diagonale in due e quindi si osservano non più tre ma quattro battute. Al galoppo la velocità varia dai 20 ai 70 Km/h (se in corsa su pista).

Il galoppo raccolto è detto Canter.
Esitono diverse altre andature specifiche per alcune razze come il trafalco per i cavalli Mangalarga (gruppo selezionato di cavalli brasiliani) o l’ambio per il Paso Fino Peruano e per il Trottatore Americano. Quest’ultima è più comoda per il cavaliere e molto più veloce sia al passo, sia al trotto.
In particolare l’ambio si presenta anche in molti cavalli soprattutto sportivi ed è considerato un grave errore di addestramento perché in questo caso è un’alterazione della coordinazione neuro-muscolare

Impiego appropriato delle andature

Durante una gita, un viaggio o anche durante la semplice passeggiata, è necessario graduare ed economizzare lo sforzo del cavallo, per l’incolumità dell’animale e di chi lo cavalca. Le andature vanno perciò impostate tenendo conto dell’allenamento del cavallo e del cavaliere, della lunghezza della tappa, della natura del terreno, della razza, delle attitudini e del clima. Quindi, premesso che andando in gruppo vanno rispettate le dovute distanze, è preferibile che:

  • per ogni ora trascorsa in sella si facciano dai cinque ai dieci minuti con il cavallo sottomano
  • si percorrano le salite e le discese ripide a piedi
  • si galoppi moderatamente e su terreni idonei e poco sassosi
  • si approfitti delle ore più fresche della giornata per viaggiare
  • si ricordi che l’andatura che rende maggiormente in campagna è il trotto.
  • il galoppo è detto

    • falso(dizione francese) o “a rovescio” (dizione italiana) quando il cavallo, marciando in un senso, galoppa a mano contraria, ovvero marcia in senso orario e galoppa a mano sinistra o marcia in senso antiorario e galoppa a mano destra. Quando un cavallo galoppa falso pone la gamba anteriore esterna più avanti di quella interna;
    • disunito quando galoppa ad una mano con gli anteriori e all’altra coi posteriori, ovvero il bipede diagonale è disgiunto.

Navigazione

Storicamente per navigazione si intende l’insieme di tecniche usate per determinare la posizione e la rotta di una nave in mare. Oggigiorno l’uso del termine si è esteso ad una serie di altri ambiti applicativi al di là di quello marittimo, come per esempio quelli terrestre, aeronautico e spaziale.

In tempi remoti la navigazione si basava sull’osservazione di punti di riferimento la cui posizione era nota, quali il sole, la luna e le stelle per determinare le coordinate geografiche della posizione dell’osservatore. Successivamente l’osservazione di tali punti di riferimento è stata resa più efficiente attraverso l’introduzione di strumenti come il sestante.

Il progresso tecnologico dei tempi recenti ha permesso di realizzare sensori in grado di determinare la posizione attraverso l’utilizzo di punti di riferimento introdotti artificialmente dall’uomo (per esempio i satelliti del GPS o i ripetitori WLAN). Tali sensori sono normalmente integrati in sistemi di navigazione insieme a software in grado di elaborare le informazioni inviate dai sensori per fornire una stima della posizione. Il più diffuso algoritmo di calcolo impiegato nel campo della navigazione è il filtro di Kalman.

Navigazione terrestre

Per la navigazione terrestre (per esempio quella di autovetture) possono essere utilizzati (singolarmento o variamente accoppiati) i seguenti sensori:

  • GPS:
  • Odometri
  • Accelerometri e giroscopi
  • Angolo di rotazione dello sterzo

Dei sensori sopra citati, il GPS fornisce una stima della posizione del veicolo, gli odometri forniscono una stima della distanza percorsa, gli accelerometri e i giroscopi misurano rispettivamente accelerazione e velocità angolare mentre il segnale dello sterzo aggiunge informazioni sull’angolo di avanzamento della vettura. Tutte queste informazioni, in parte ridondanti, vengono fuse insieme in un filtro di Kalman, il quale calcola una stima della posizione basata sulle misure dirette effettuate da alcuni sensori (GPS, odometri) e sulla predizione della posizione data dall’integrazione delle grandezze misurate da altri sensori (accelerometri e giroscopi). Fondamentale - nella determinazione della posizione di un veicolo nella navigazione terrestre - è l’esatta conoscenza della rete stradale: sfruttando l’assunzione che un veicolo possa trovarsi esclusivamente su una strada restringe infatti enormemente le possibili soluzioni del problema di posizionamento in confronto al caso in cui si utilizzino i soli sensori. Per apprezzare quanto importante sia l’uso della rete stradale nel problema del posizionamento terrestre basta confrontare la precisione di un sistema di navigazione quando esso si trova su una strada e quando si trova in un ampio parcheggio.

Anche se il problema dei posizionamento terrestre è essenzialmente bidimensionale, specialmente nei mercati asiatici dove la rete stradale può svilupparsi verticalmente su diversi livelli con rampe, ponti e sopraelevate, diventa importante l’impiego di sensori o punti di riferimento addizionali rispetto a quelli usati in occidente. I sistemi di navigazione montati su auto giapponesi si avvalgono, ad esempio, di un giroscopio addizionale che misura l’inclinazione dell’auto rispetto all’asse di beccheggio. Inoltre in Giappone è attivo il sistema VICS (Vehicle Information and Communication System) che permette di monitorare la posizione di un veicolo attraverso ripetitori posti ai margini della strada.

Navigazione marittima

Per navigazione marittima si intende il trasferimento di un mezzo galleggiante da un punto A (partenza) ad un punto B (destinazione), in massima sicurezza ed economia (che non sempre corrisponde alla via più breve).

La navigazione si può distinguere in:

  • Navigazione Osservata
  • Navigazione Stimata

Nota : La distinzione tra navigazione stimata e osservata è una distinzione a carattere tecnico, ciò non vuol dire che una esclude l’altra, anzi l’implemento dei due metodi è d’obbligo.

La Navigazione Osservata si basa sul controllo della posizione della nave.

Essa si distingue in:

  • Navigazione d’Altura
  • Costiera
  • Pilotaggio

La Navigazione d’altura dispone di diversi metodi per la determinazione del Punto Nave, tra questi la radionavigazione e la navigazione Astronomica. Il passaggio dalla navigazione d’altura alla navigazione costiera e detta Atterraggio, questo avviene non soltanto quando si riesce a vedere la costa ma bisogna anche riconoscerla.

La Navigazione Costiera e detta anche navigazione Piana e si svolge in vicinanza della costa con osservazioni ottiche o radar di punti cospicui.

Nel Pilotaggio il contributo del pilota, alla sicurezza della navigazione in acque ristrette e nell’atterraggio nei porti dei quali essi hanno conoscenza aggiornata, è notevole, ma si deve ricordare che la responsabilità della navigazione non viene trasferita al pilota, in quanto rimane al Com.te e all’Ufficiale di guardia ha il dovere di continuare a svolgere i propri compiti.

Nella Navigazione Stimata la traiettoria viene seguita utilizzando i dati della Bussola e del Solcometro circa la direzione e la velocità.

Tra le infinite traiettorie che uniscono due punti della superficie terrestre quelle d’interesse per la navigazione sono l’Ortodromia e la Lossodromia.
La Lossodromia è più comoda perché seguibile governando alla bussola, con la rotta (prora) costante. La Posizione Stimata è affetta da errori di Misura e di Valutazione.
Gli errori di misura dipendono dalla caratteristica degli strumenti (bussola e solcometro), quelli di valutazione dalla difficoltà di valutare esattamente i disturbi, principalmente meteo marini, venti, correnti, stato del mare. L’errore della posizione stimata e di circa 1/20 (in media) del cammino percorso, e quindi aumenta con il tempo. È necessario, per questo motivo, controllare la posizione della nave attraverso il Punto Nave.

Ardengo Soffici

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Biografia

Nacque a Rignano sull’Arno il 7 aprile del 1879, da famiglia di agiati agricoltori.

Nella primavera del 1893 si trasferì a Firenze con la famiglia e assistette, senza nulla poter fare, alla rovina finanziaria del padre che li condusse alla povertà.

Vocazione per l’arte

I suoi studi, indirizzati verso l’arte e solo marginalmente verso la letteratura, furono presto interrotti ed egli dovette presto cercarsi un lavoro presso lo studio di un avvocato fiorentino.

Risalgono a questo periodo i suoi contatti con un ristretto gruppo di giovani artisti che si muovevano intorno all’Accademia delle Arti e alla Scuola del Nudo dove erano maestri Giovanni Fattori e Telemaco Signorini.

Soffici giunse attraverso la pittura nel mondo della cultura e da autodidatta divenne scrittore.

Partenza per Parigi

Era intanto morto il padre e la madre si era trasferita presso alcuni parenti a Poggio a Caiano; così Soffici nel 1903 decise di abbandonare l’ambiente ristretto in cui viveva e, imitando alcuni amici artisti, si recò a Parigi.

Incontri

A Parigi Soffici lavora come illustratore. È malpagato e conduce una vita di stenti e rinunce. Qui però ha la possibilità di incontrare artisti emergenti e già affermati come Guillaume Apollinaire, Pablo Picasso e Max Jacob, e frequentare il mondo vivace che si era formato intorno alla rivista La plume. Per quest’ultima e per L’Europe artiste scrive numerosi articoli.
Importanti anche gli incontri con artisti e scrittori italiani, come Giovanni Vailati, Mario Calderoni e Giovanni Papini, con il quale stringerà, al ritorno in Italia, una forte amicizia, nonostante la diversità di carattere.

L’importanza del soggiorno parigino

È in questo periodo che si formano le radici di Soffici scrittore. Egli infatti inizia a scrivere articoli di critica d’arte che invia al Papini. Gli articoli saranno pubblicati sul Leonardo con lo pseudonimo di Stefan Cloud (”corona di nuvole”).

Il ritorno in Italia

Rientrato a Firenze nel 1907 e stabilitosi a Poggio a Caiano, Soffici consolida la sua amicizia con Papini che incontrava al famoso caffè Paszkowski, o che invitava nella serena casa del Poggio.

Di quell’epoca è anche l’amicizia con Giuseppe Prezzolini i cui scritti comparivano sul Leonardo sotto lo pseudonimo di Giuliano il Sofista.

La collaborazione alle riviste

Quando Papini e Prezzolini fondano La Voce, nel 1908, egli ne disegna la testata e in seguito, con la cura delle rubriche d’arte, ne diventa uno dei più impegnati collaboratori.

Contemporaneamente inizia la collaborazione ad una singolare rivista mensile, Riviera Ligure, pubblicata dai fratelli Angiolo Silvio e Mario Novaro ad Oneglia alla quale contribuivano con i loro scritti Giovanni Pascoli, Grazia Deledda, Giovanni Marradi, Luigi Pirandello, Francesco Chiesa e gli allora meno noti Marino Moretti e Massimo Bontempelli.

Intanto, grazie alla guida di Papini e Prezzolini e alla parte attiva che egli prende nelle discussioni e nelle polemiche tra idealisti, materialisti, spiritualisti, romantici, classicisti e modernisti dell’arte, si allarga il suo orizzonte culturale.

In questo periodo (1910) Soffici ritorna a Parigi, dove viene a conoscenza dell’opera di Arthur Rimbaud, poeta allora quasi ignoto in Italia: nel 1911 pubblicherà nei Quaderni de La Voce una monografia su di lui.

Lo scontro con i futuristi

Rientrato in Italia nel 1911, visita una mostra di pitture futuriste a Milano riportandone, come egli stesso dice, una “delusione sdegnosa” che manifesta in un articolo di critica su La Voce.

La reazione dei futuristi è violenta. Marinetti, Boccioni e Carrà, raggiungono Soffici a Firenze e lo aggrediscono mentre siede al caffè delle “Giubbe Rosse” in compagnia dell’amico Medardo Rosso. Ne nasce una grande pubblicità e un grande tumulto rinnovatosi alla sera, alla stazione di Santa Maria Novella, quando Soffici, accompagnato dagli amici Prezzolini, Slataper e Spaini, vuole rendere la contropartita.

La riconciliazione con i futuristi avverrà più tardi, grazie alla mediazione dell’amico Aldo Palazzeschi.

Gli anni di “Lacerba”

Con il passare del tempo l’insofferenza di Soffici e di Papini per Prezzolini si acutizza a causa dei concetti con i quali quest’ultimo dirige La Voce.

La rivista pubblicava infatti dei Quaderni aperti ad ogni tendenza e ai più disparati argomenti a somiglianza dei Cahiers de la Quinzaine pubblicati a Parigi a cura di Charles Péguy, ma Prezzolini era ancorato a una formula “scientifica”, mentre Papini e Soffici erano maggiormente aperti verso la letteratura e la poesia e inoltre, sia Papini che Soffici, negli ultimi tempi, si erano riconciliati con certe suggestioni futuristiche ma si erano trovati in urto con le idee ostili di Prezzolini.

Il 1° gennaio del 1913 Soffici, insieme a Papini, fonda la rivista Lacerba.

È questo un periodo ardente trascorso tra Firenze, Poggio a Caiano e Parigi: di questi anni sono le opere più significative di Soffici e anche le più discusse.

La partecipazione alla guerra

Giunse la guerra, che Soffici aveva con forza auspicato sui fogli del “Lacerba” come reazione contro la “Kultur” germanica, considerata una minaccia mortale per l’intera umanità, ed egli si arruolò come volontario partecipando a diversi combattimenti sulla Bainsizza, restando ferito due volte e ottenendo una decorazione al valore militare.

Da questa esperienza nasce il Kobilek-Giornale di battaglia (1918) e dall’esperienza seguente a Caporetto, come ufficiale addetto all’ufficio propaganda della 2a Armata, nel 1917, La ritirata del Friuli, che uscirà nel 1919.

Il Soffici del dopoguerra

Terminata la guerra Soffici diventa collaboratore de Il Popolo d’Italia, del Corriere della sera, di cui diresse la terza pagina, e di Galleria.

Intanto, con il trascorrere degli anni, si andava manifestando un “uomo diverso”. Il Soffici che aveva fatto conoscere agli amici fiorentini Cézanne, i cubisti, Apollinaire e che aveva espresso e ravviato l’entusiasmo per Rimbaud, ripiega verso uno stile decoroso e foscoliano classico e in politica aderisce al fascismo.

Nel 1919 fonda con Papini la rivista La Vraie Italie, che mira a un’intesa intellettuale tra l’Italia e gli altri Paesi europei: la rivista cessa le pubblicazioni dopo 12 numeri.

Produzione letteraria

Le origini di Soffici scrittore sono da rintracciare nei Vagabondages lyriques pubblicati tra il 1904 e il 1906 sulle riviste La Plume e Europe artiste.

Seguono i saggi di critica d’arte pubblicati sulla rivista Leonardo con lo pseudonimo di Stefan Cloud, ma la prima vera opera letteraria di Soffici è la stesura definitiva dell’Ignoto toscano che risale al 1907 nata da una scelta di pensieri, vedute e sentimenti di carattere letterario e religioso.

Il libretto doveva essere titolato Tragedia, oppure Figure (o figure allegre) su fondo nero volendo, come egli stesso dice in Fine di un mondo, “adombrare con questo titolo la sua concezione dell’universo”.

Il libretto viene stampato nel 1909 dal tipografo Vallecchi ed è composto da circa trenta pagine corredato da note sottoforma di una lettera semiseria indirizzata all’ipotetico Professor S.C., e porta una dedica a Filippo Ottonieri, a Didimo Chierico e al dottor Teufeldroeck.

Precedentemente, nel 1908, vi era stato il Saggio su Cézanne pubblicato su Vita d’Arte, che era piaciuto molto a Prezzolini, ed è del 1909 Il caso Rosso e l’impressionismo che dà inizio alla campagna in favore dello scultore italiano terminata con l’esposizione del 1910 a Firenze delle opere di Medardo Rosso e degli impressionisti francesi.

A questi anni risale la traduzione dei racconti più significativi di Cechov che furono pubblicati sui Quaderni della “Voce” e conosciuti per la prima volta in Italia.

Per la rivista di Papini Cultura dell’anima, Soffici traduce anche, insieme allo scrittore danese Knut Ferlov, In vino veritas di Kierkegaard.

Risalgono al 1911 le monografie su Arthur Rimbaud, il poète maudit,primo saggio critico straniero dedicatogli, e su Lemmonio Boreo che avrebbe dovuto svilupparsi in diversi volumi ed avere un significato avventuroso e satirico.

Nel 1914 esce L’Arlecchino, una raccolta di prose varie che erano state precedentemente pubblicate su La Voce e su Riviera Ligure e da molti giudicato, insieme a Giornale di bordo, una delle opere più originali di Soffici.

Seguiranno [[Bïf§zf+18 Simultaneità e chimismi lirici]] nel 1916 dal titolo e dai contenuti fortemente futuristi (di quest’opera nel 2002 è stata fatta ristampa anastatica dall’editore Vallecchi).

Papini scriverà che essi nascono «in uno stranissimo libro album che ha per copertina una compenetrazione di manifesti colorati a mano da lui coi più vivi blu, verdi, gialli, rossi che restassero ancor in Italia dopo la chiusura dell’importazione tedesca. Questo libro è tirato a trecento esemplari, costa cinque lire ed esce durante la guerra il che vuol dire che sarà letto da pochi. Eppure questo quaderno bizzarro resterà come uno dei punti più significativi e più vitalmente importanti della nostra letteratura».

Sono del 1920 il gruppo dei libri di guerra Errore di coincidenza, Kobilek e La ritirata del Friuli che possiedono la struttura del diario autobiografico.

Da La giostra dei tempi a Salti nel tempo, raccolte di pensieri e prose che comprendono scritti che vanno dal 1920 al 1939, si rivela sempre di più un Soffici narratore che non presenta particolari sorprese.

Così in Elegia dell’Ambra come nei versi dell’Adunata, pur essendoci un certo gusto neoclassico e riferimenti e cadenze del Leopardi delle Ricordanze e del Foscolo delle Grazie, manca il ritmo poetico.

Nel 1933 esce il Taccuino d’Arno Borghi un altro giornale di bordo che raccoglie pagine belle e alcune impressioni rare ma senza particolare evoluzione di stile.

Nel 1947 viene riordinato in volume l’Itinerario inglese che era uscito nel 1928 sulla Gazzetta del Popolo e si giunge all’Autoritratto di un artista italiano nel quadro del suo tempo che reca la data 1931-1955 e che si articola in quattro volumi: L’uva e la croce, Passi tra le rovine, Il salto vitale e Fine di un mondo, nel quale Soffici, con una prosa discorsiva e familiare, narra i casi della sua vita, dall’infanzia alla maturità, fino alla guerra.

Nel dopoguerra, negli anni 1949-1950, Ardengo Soffici aderisce al progetto della importante collezione Verzocchi (avente a tema Il lavoro nella pittura contemporanea ed attualmente conservata presso la Pinacoteca civica di Forlì), inviando, oltre ad un autoritratto, l’opera “La vangatura”.

Per concludere si ricordano le numerose opere di critica d’arte, da Cubismo e oltre, Cubismo e futurismo, Scoperte e massacri, Statue e fantocci, ecc. fino a Selva, arte che è del 1943 e ai 30 artisti moderni italiani e stranieri che è del 1950.

Poetica

Soffici, più che un futurista vero e proprio, può essere considerato, come dice nel suo saggio Pier Vincenzo Mengaldo, «un Apollinaire italiano in formato ridotto». Egli infatti era legato alle poetiche recenti per gusto di modernità stilistica come era d’uso a Parigi.</br>
Da Marinetti egli coglie la retorica e la tecnica dell’analogia, da Apollinaire l’assenza di punteggiatura, dalla pittura cubo-futurista gli accostamenti fantastici e dal nuovo cinema lo scorrere continuo delle immagini.</br>
Soffici usa con estrema disinvoltura un forte plurilinguismo, che va dal toscanismo al francesismo creando l’equivalente lessicale della sua poetica. Una poetica che si può chiamare della simultaneità spaziale e temporale.

Appunti per un’Orestiade africana

Appunti per un’ Orestiade africana è un film documentario italiano del 1970, diretto da Pier Paolo Pasolini, girato come sopralluogo in Africa per la produzione successiva, mai effettuata, di un film che prendesse spunto dalla tragedia dell’ Orestiade di Eschilo.
Si tratta di uno dei più importanti documenti di cinema in Africa e rappresenta un importante documento per l’antropologia dell’immagine.

Contenuti

Il documentario propedeutico al “film da farsi”, che si potrebbe definire come un vero e proprio taccuino d’immagini in movimento, consiste di tre diversi tipi di materiale filmico: il primo è a tutti gli effetti un documentario di viaggio, girato durante due soggiorni in Uganda e Tanzania rispettivamente nel dicembre del 1968 e nel febbraio del ‘69 completato da alcuni cinegiornali della guerra in Biafra (1967/69); l’obiettivo era quello di rintracciare i luoghi, i volti, gli oggetti per la trasposizione cinematografica dell’ Orestea di Eschilo; il secondo girato riprende il dibattito/confronto tra Pasolini ed alcuni studenti africani dell’Università “La Sapienza” di Roma sull’idea stessa di ambientazione per la tragedia eschilea e sui risvolti delle vicende africane post-coloniali, mentre il terzo rappresenta una sorta di variazione sul tema e consiste in una jazz-session eseguita da Yvonne Murray e Archie Savage al FolkStudio di Roma.
Appunti per un’Orestiade africana costituisce dunque l’ultimo assemblaggio sperimentale pasoliniano sul materiale raccolto a partire dal 1959, anno della prima traduzione per la messinscena con Vittorio Gassman al Teatro greco, di Siracusa nella primavera del 1960, fino all’ultimo montaggio del ’70 e alla prima proiezione a Venezia, l’1 settembre del 1973, nel corso delle “Giornate del cinema italiano”.
A differenza degli altri due progetti sul mito del mondo greco arcaico, s’interrompe, in questo specifico caso, la realizzazione del film vero e proprio anche se l’indagine visiva e antropologica avviata continuerà ad avere eco anche nei lavori successivi, in particolare in Medea (1971) e ne Il fiore delle Mille e una notte (1974); così come s’interrompe anche quel progetto di maggior respiro per un “poema sul Terzo Mondo” che avrebbe riguardato Africa, India, Yemen, Sud America e ghetti afro-americani.

Il ritorno di Sherlock Holmes

Il ritorno di Sherlock Holmes (1905) è una raccolta dei racconti, editi originariamente sullo Strand Magazine, scritti da Arthur Conan Doyle e con protagonista il suo personaggio più famoso, Sherlock Holmes.

Dopo Il mastino dei Baskerville, gli appassionati e i seguaci di Holmes richiesero a gran voce nuove avventure dell’infallibile detective, e poiché nessun coroner ne aveva ritrovato il corpo, come lo stesso Conan Doyle dice nell’introduzione all’ultima raccolta, Il taccuino di Sherlock Holmes, fu facile per l’autore far tornare, vivo e vegeto, il suo amato-odiato personaggio.

È quindi con L’avventura della casa vuota, racconto datato 1894, che ricominciano le avventure di Holmes, scomparso dalle scene per tre anni. In questa stessa raccolta si iniziano a conoscere alcune attività che Holmes ha intrapreso dopo la conclusione della sua carriera investigativa: nell’ultimo racconto Watson asserisce che Holmes si è ritirato nel Sussex per studiare e allevare le api.

La raccolta è, comunque, composta da tredici racconti:

  • L’avventura della casa vuota
  • L’avventura del costruttore di Norwood
  • L’avventura degli omini danzanti
  • L’avventura della ciclista solitaria
  • L’avventura del maestro di scuola
  • L’avventura di Peter il Pirata
  • L’avventura di Charles Augustus Milverton
  • L’avventura dei sei Napoleoni
  • L’avventura dei tre studenti
  • L’avventura degli occhialini d’oro
  • L’avventura del giocatore scomparso
  • L’avventura di Abbey Grange
  • L’avventura della seconda macchia

(Tutti i passi citati sono tratti dall’edizione della Newton&Compton nella traduzione di Nicoletta Rosati Bizzotto)

Archie Goodwin (personaggio)

Archie Goodwin è un personaggio di fantasia nato dalla penna dello scrittore statunitense Rex Stout.

Nel 1930, un grasso eccentrico investigatore privato di nome Nero Wolfe, acquista una vecchia casa di arenaria nella 35esima strada di New York. Wolfe, lo stesso anno, assume un segretario, Goodwin. Alto, aitante, di gradevole aspetto ( tra Humphrey Bogart e Gary Cooper , a detta dell’autore ) Goodwin nasce il 23 ottobre 1912 in una fattoria dell’Ohio. Moderato bevitore di alcolici, (whisky e raramente champagne) , ama molto il latte. Ha pochi hobby, qualche partita a poker o ramino, raramente il bigliardo. Pratica sporadicamente caccia e pesca, ma è in fondo un vero cittadino, non troppo attratto dalla natura selvaggia.

In compenso ha una certa predilezione per il gentil sesso, che lo ricambia senza difficoltà. Durante un’ inchiesta (La guardia al toro - 1938 ) conosce la ricca e vivace ereditiera Lily Rowan, che da allora lo chiama Escamillo. Tra i due nasce un’affettuosa amicizia, quasi un fidanzamento, che però rimane eternamente in sospeso, forse per colpa dell’indeciso Archie, restio ad assumere impegni sentimentali definitivi. È ben contento, in fondo, di rimanere nella confortevole casa della trentacinquesima strada, dove vive con il Capo ed il cuoco Fritz Brenner, in una stanza che si è arredato con mobili di sua proprietà.

Come dipendente, Goodwin è serio, scrupoloso. Buon dattilografo, ordinato tanto da spolverare personalmente lo studio in cui lui e Wolfe convivono quotidianamente, addetto all’apertura della porta quando lo squillo del campanello annuncia l’arrivo di un cliente, Goodwin è in realtà molto di più di un semplice segretario. Lui è il braccio, ma soprattutto le gambe, dell’inamovibile Wolfe. Goodwin gira instancabilmente, interroga, pedina, si fa anche torchiare dalla polizia, in qualche caso addirittura arrestare, al posto del suo datore di lavoro. Ma non si limita ad eseguire pedissequamente i compiti che Wolfe gli detta, e lui trascrive su un prezioso taccuino. Archie, a detta di Wolfe è impetuoso, svelto, disincantato, pieno di risorse. Insomma, come lui stesso immodestamente ammette, sono un ottimo investigatore, il migliore dopo Wolfe.

Dotato di prodigiosa memoria, Goodwin è in grado di riferire, parola per parola, lunghi brani di dialoghi o interrogatori. Inoltre, ritiene suo compito morale pungolare il pigro Wolfe ad accettare clienti magari poco graditi, ma in grado di assicurare i cospicui incassi che gli consentono di mantenere un tenore di vita assolutamente agiato. Da notare che Archie è l’unico autista di cui Nero si fidi, le rare volte in cui è costretto ad uscire di casa ed avventurarsi in auto da qualche parte.

Come il dottor Watson, anche Goodwin è narratore in prima persona, cronista e biografo. Ma là dove Watson si limita ad essere testimone delle imprese di un genio dell’investigazione, Archie è parte attiva in ogni indagine. Tra principale e dipendente ci sono rapporti spesso conflittuali, ma entrambi sentono la necessità della reciproca collaborazione.

Giacomo Naretti

Giacomo Naretti (29 agosto 1831-8 maggio 1899)

Introduzione

Il nome di Giacomo Naretti è entrato nei libri della storia coloniale italiana perché, grazie alla sua posizione alla corte imperiale etiopica, fu di grande aiuto alle spedizioni italiane che nella seconda metà dell’Ottocento, sotto lo scopo dichiarato di esplorazione geografica, scientifica e commerciale, intanto preparavano la penetrazione italiana nell’Africa Orientale.

L’eccezionalità del personaggio sta nel fatto che, andato in Etiopia come semplice falegname, senza istruzione, seppe accattivarsi la stima dell’imperatore Johannes IV, del quale divenne amico e confidente e per il quale costruì edifici importanti.

Biografia

Naretti nacque a Parella, un paesino di meno di 500 abitanti a 8 km a ovest di Ivrea, il 29 agosto 1831.

Figlio di contadini, imparò il mestiere di falegname; nel 1856, assieme al fratello Giuseppe (nato nel 1839) emigrò a Marsiglia dove in un primo tempo lavorò in una bottega di falegnameria e poi creò un suo proprio laboratorio. Nel 1864, al tempo della costruzione del Canale di Suez, emigrò ad Alessandria d’Egitto, dove i due fratelli impiantarono un attrezzato laboratorio di falegnameria. Nel 1870, contattato da emissari di Giovanni IV, a quel tempo ancora ras Cassa, assieme ad un avventuriero francese, l’ingegnere Godineau, creò una compagnia di 13 artigiani, falegnami e fabbri, italiani, francesi e svizzeri, che andarono in Etiopia con la promessa di lavorare per la costruzione di telegrafo e ferrovie. Giunti ad Adua il 21 aprile 1871 s’accorsero però che il vero intento di ras Cassa era di avere a disposizione degli europei che lo aiutassero nella battaglia contro il rivale, ras Tacle Ghiorghis.

La compagnia si sciolse e gli artigiani lasciarono l’Etiopia: unico rimase Naretti che, pur rifiutandosi di partecipare alla battaglia, già aveva conquistato la benevolenza di ras Cassa: Il quale, dopo aver sconfitto il rivale, assunse il titolo di re (negus) e poco dopo ad Axum si fece incoronare imperatore.

Per la cerimonia dell’incoronazione Naretti costruì un trono provvisorio, e successivamente il trono definitivo, cosiddetto “salomonico”, artistico ed imponente, che suscitò la meraviglia dell’imperatore e dei suoi cortigiani, e che ancora oggi è conservato a Macallè (Mek’ele), in quel palazzo imperiale costruito dallo stesso Naretti ed ora diventato museo.

Oltre al trono ed al palazzo di Macallè, Naretti costruì anche la chiesa della SS. Trinità (Endà Sellassiè) in Adua, la chiesa di Debra Tabor, e quella di Enda Chidane Meret a Macallè.

Il 14 aprile 1876 Naretti sposò Teresa Zander, che proprio quel giorno compiva 14 anni e sei mesi, figlia di un’abissina e di Christopher Eduard Zander (1813-1868), che era nato ad Anhalt in Germania ed aveva lavorato per l’imperatore Teodoros, il predecessore di Johannes.

Nel 1877 Naretti chiese all’imperatore nove mesi di licenza e con la moglie tornò ad Alessandria, dove aveva lasciato il fratello, e fece anche visita al cognato, Kassa Magdala Zander, studente presso il monastero tedesco di Gerusalemme.

Alla fine del 1877 Naretti, con la moglie e col fratello Giuseppe, tornò a Massaua dove rimase bloccato per alcuni mesi a causa dell’insicurezza del percorso per Adua per la ribellione di ras Uolde Michael. Qui incontrò la spedizione italiana guidata da Pellegrino Matteucci, per la quale chiese all’imperatore, ed ottenne, il permesso di entrare in Etiopia, e che guidò sino ad Adua e poi a Debra Tabor dove allora si trovava l’imperatore.

Ebbero da Naretti generoso aiuto altri esploratori, come Gustavo Bianchi, Orazio Antinori, Antonio Cecchi, Gehard Rohlfs.

Nel 1885, in seguito all’occupazione del porto di Massaua da parte delle truppe italiane, la posizione di Naretti presso la corte imperiale si fece difficile, per cui chiese ed ottenne un permesso di 18 mesi e tornò in Italia, accolto con onori da parte del governo, ed arrivò a Parella il 28 settembre 1886, accolto trionfalmente dalla popolazione e dalle autorità locali. Qui rimase poco più di un anno.

All’inizio del 1888 Naretti tornò in Africa e si stabilì prima a Massaua, e poi ad Asmara dove morì l’8 maggio 1899 e “tutte le autorità, tutti gli italiani, può dirsi, dimoranti in Asmara lo hanno accompagnato al cimitero” secondo Ferdinando Martini, all’epoca governatore dell’Eritrea.

Naretti fu uomo di grande personalità “colla sua onestà, col suo grande senso pratico e colla rettitudine e disinteresse nei suoi intendimenti” (come scrisse l’esploratore Pippo Vigoni che lo conobbe bene) e con la sua genialità ed operosità.

Teresa Naretti, giovane, bella, intelligente, vivace, che parlava tre lingue europee e l’amarico e moltissimi dialetti locali, lavorò presso l’Amministrazione coloniale italiana fino al 1924 e fu interprete personale del gen. Baratieri, che nutriva per lei una particolare simpatia, all’epoca dell’infausta battaglia di Adua. Rimasta vedova, sposò Luigi Naretti, fotografo coloniale di fama internazionale e presunto cugino di Giacomo. Visse ad Asmara dove morì nel 1948 all’età di 86 anni.

Il diario di Naretti

A Parella nel 1886 il Naretti scrisse il diario della sua vita avventurosa: 742 pagine di taccuino formato 21 x 14 cm, scritte con grafia abbastanza leggibile, ma in un italiano ruspante e qualche volta di difficile interpretazione, che dà al racconto un affascinante sapore “naif”.

L’originale di questo diario, già facente parte della dispersa collezione del principe Ginori Conti, fu acquistata dal professore Robert L. Hess, studioso della storia dell’Africa orientale, ed è ora custodito dal prof. Alberto Sbacchi, fino a poco tempo fa professore di storia presso l’Atlantic Union College di South Lancaster nel Massachusetts.

Nel 2004 l’Associazione di Storia ed Arte Canavesana - A.S.A.C. - Ivrea, Piazza Ottinetti 20, ha pubblicato un volume di 496 pagine, intitolato Giacomo Naretti alla corte del negus Johannes IV d’Etiopia - Diari 1856-1881, a cura di Alberto Sbacchi e Vernetto Gino, contenente: una dotta Introduzione Storica del prof. Sbacchi, ossia un trattato delle relazioni italo-etiopiche in quel periodo alla luce del diario di Naretti con una ricchissima bibliografia (pp. 19-207); la riproduzione delle prime 17 pagine dell’originale del diario; la traduzione in lingua italiana corretta del diario (pp.227-410); un’ampia raccolta di scritti riguardanti il Naretti, apparsi su libri e giornali antichi e recenti; 31 illustrazioni.

Diego Valeri

Biografia

Nacque da una famiglia borghese e studiò letteratura esordendo assai giovane, nel 1913, con Monodia d’amore e Le gaie tristezze.
Nel 1914 frequentò un corso alla Sorbona di Parigi e, al suo ritorno in Italia, iniziò la carriera di insegnante.</br>
Fu professore di italiano e latino nei licei e si allontanò dalla scuola solamente negli anni in cui le sue idee antifasciste gli rendevano difficile parlare sinceramente con i suoi alunni. In quel periodo si impegnò presso la “Sovrintendenza alle Arti di Venezia” che considerava un luogo più appartato.

Contemporaneamente all’insegnamento nei licei, collaborò assiduamente alla rivista Nuova Antologia con una rubrica fissa di letteratura francese in una sezione dal titolo “Note e consegne”. Su “Nuova Antologia” pubblicò anche traduzioni e numerosi versi che verranno in seguito ristampati con il titolo di Umana nel 1916, di Crisalide nel 1919 e Ariele nel 1924. Queste plaquettes confluiranno nel 1939 nella prima vera raccolta di Valeri con il titolo Poesie vecchie e nuove.

Nel 1939 divenne ordinario di lingua e letteratura francese presso l’ Università di Padova dove in seguito otterrà la cattedra di Storia di Letteratura italiana moderna e contemporanea. A Padova rimase in carica per un ventennio, escluso il periodo dell’occupazione nazista, dal 1943 al 1945, durante il quale riparò in Svizzera come rifugiato politico.

In questo periodo continuò la sua attività di pubblicista e soprattutto di traduttore sul “Gazzettino”, il “Trivium”, “Lo Smeraldo”, “L’Approdo” . Nel 1944 uscirà il volume Romanzi e racconti d’amore del Medio Evo francese, nel 1954 quello sugli Antichi poeti provenzalie W.Goethe, Cinquanta poesie e nel 1959 Lirici tedeschi.

Valeri fu anche civilmente impegnato nel campo della cultura aderendo nel 1948, insieme ad altri intellettuali dell’epoca, all’”Alleanza della cultura”. Nel 1950 si recò con Croce al convegno di Berlino e più tardi si impegnò come sovrintendente alle Belle Arti di Venezia.

Per qualche anno, dopo il periodo padovano,insegnò anche nella nuova Università di Lecce, a quei tempi privata.

Dopo il congedo della cattedra visse a Venezia e fece parte della Giunta comunale.

Opere e Poetica

Esordì come poeta nel 1913 con la raccolta Le gaie tristezze alla quale fecero seguito Umana, nel 1915, Crisalide nel 1919 e Ariele nel 1924 che confluiranno nel 1930 nel volume Poesie vecchie e nuove.

Pubblicò nel 1937 Scherzo e finale e nel 1942 Tempo che muore che furono riuniti nel 1950 in Terzo tempo.

Dopo la guerra pubblicò Metamorfosi dell’angelo (1950), Il flauto a due canne nel 1958, Poesie nel 1967 con il quale ottenne il premio Viareggio, Verità di uno nel 1970 e Calle del vento nel 1975.

La poesia di Valeri è una poesia apparentemente facile i cui versi possiedono ritmo e colore: “Sotto la fuga leggera del vento/s’apre il ventaglio del mandorlo bianco./Alto sta un cielo di rosa e d’argento/ma il cuore è stanco“.

Oltre che poeta Valeri fu anche fine saggista di letteratura francese e italiana e prosatore d’arte.

Grande successo ebbe inoltre una sua raccolta di poesie per bambini che risale al 1928 dal titolo Il campanellino.

La sua formazione letteraria avviene attraverso Pascoli, dal quale acquisisce in gran parte il lessico, la sintassi e le forme metriche, il D’Annunzio dell’Alcyone, i crepuscolari e nella sua lirica si avvertono gli influssi di Verlaine e dei post-simbolisti.

Il tema principale della poesia valeriana è la natura, una natura che vive autonomamente escludendo così qualsiasi elemento antropomorfico.

L’arte della sculacciata

L’arte della sculacciata è un romanzo uscito in Francia nel 1988 col titolo “L’art de la fessée” e poi tradotto in molti paesi (in Italia nel 1989 per l’editore Glénat Italia). L’autore è lo scrittore Jean-Pierre Enard, ma la notorietà del libro si deve alle illustrazioni di Milo Manara.

Trama

La vicenda di questo breve racconto si svolge sul treno Parigi - Venezia; Eva Lindt (una giovane donna molto attraente, un personaggio televisivo, conduttrice di talk-show su argomenti “piccanti”) racconta in prima persona l’incontro con Donato Casanova che si siede nel suo stesso scompartimento (non casualmente, come sapremo alla fine). L’uomo ha con se un taccuino e mentre finge di dormire la donna, incuriosita, lo prende e comincia a leggere. “L’arte della sculacciata” è il titolo scritto nella prima pagina, Eva scorre avidamente le pagine, legge e resta affascinata dalle descrizioni delle sculacciate contenute in quella sorta di diario e dai disegni che accompagnano il racconto. Fra i due nasce un gioco di seduzione che prosegue fra una fermata e l’altra mentre la donna resta sempre più coinvolta nella appassionata lettura. La scontata conclusione è una memorabile sculacciata, con la partecipazione anche di una amica di Donato (e sua complice in questo “trabocchetto” ai danni di Eva) che viaggia nello stesso treno. All’arrivo a Venezia una piccola folla è radunata nel corridoio del treno, compresi due paparazzi che mitragliano la Lindt nuda nello scompartimento.

Commento

Il racconto, senza troppe pretese narrative e stilistiche, è un vero e proprio elogio della sculacciata che viene elevata al rango di atto sessuale. Viene descritto, con dovizia di particolari, il piacere di infliggere sculacciate, ma anche quello di riceverle; l”arte” della sculacciata è quindi una medaglia con una faccia attiva ed una passiva.

Gli splendidi disegni a colori di Manara dovrebbero essere al servizio del racconto, ma forse è vero il contrario. Alcuni sarebbero quelli che si trovano sul taccuino di Casanova, altri servono ad illustrare quello che accade sul treno. Il disegnatore veronese è famoso per le sue “donnine” ed in questo libro è al meglio di se riuscendo ad integrarsi perfettamente con il racconto.
Il libro viene costantemente ristampato ed è tutt’ora facilmente reperibile.

Cyanea capillata

La medusa criniera di leone ( Cyanea capillata ) è una delle più grandi specie conosciute di meduse. È tipica delle acque fredde delle zone più settentrionali dei mari e degli oceani boreali, delle acque dell’Artico e del Pacifico e Atlantico, risultando abbondante anche nel Mare del Nord. È facilmente riconoscibile per il suo colore rosso, che va da tonalità tendenti all’arancione a tinte più scure, e per il gran numero di tentacoli, lunghi e filamentosi, che cadono dal suo grande ombrello. È altresì nota per le dimensioni straordinarie che è capace di raggiungere, e che ne fanno uno degli invertebrati più grandi in assoluto.

Tassonomia

L’esatta definizione tassonomica di C. capillata come specie non è universalmente accettata; alcuni suggeriscono infatti che nella specie vadano fatte confluire anche altre specie attualmente presenti nel genere Cyanea. I maggiori dibattiti riguardano la specie Cyanea lamarckii, (nota anche con il nome di “medusa blu”) da alcuni considerata una sottospecie di capillata piuttosto che una specie a se stante. Dubbi riguardano anche la varietà giapponese di questa medusa, da alcuni considerata una specie (Cyanea nozakii) e da altri una sottospecie (Cyanea capillata nozakii). Infine, nei mari dell’Australia e della Nuova Zelanda sono state recentemente avvistate meduse esteriormente simili, per forma e per colore, alla medusa criniera di leone. Tuttavia, se queste siano una varietà australe di quesa specie, o una specie del tutto diverso, resta ancora da appurare.

Descrizione

Sebbene testimonianze non confermate, risalenti al XIX secolo, parlino di esemplari artici dal diametro superiore ai due metri, le meduse che vivono nelle zone più meridionali del loro areale, e per questo maggiormente conosciute, hanno campanme di dimensioni che raggiungono un massimo di 30-50 cm di diametro, e tentacoli che possono superare, nei casi estremi, i dieci metri di lunghezza.

La campana, o ombrello, è suddivisa in otto lobi, che diventano maggiormente evidenti negli esemplari più anziani e che danno loro, se guardate dall’alto, l’aspetto di una stella ad otto punte. Dal centro della campana si dipana una massa estremamente confusa di tentacoli aggrovigliate e di braccia, più corte e maggiormente carnose, di un vivo colore rosso acceso. Tale massa confusa sembra aumentare in dimensioni con l’età dell’animale; negli individui più anziani ha l’aspetto di una folta criniera ingarbugliata, da cui il nome comune della specie. Dalle zone più esterne e dai bordi dell’ombrello partono invece dei tentacoli più fini, argentei, che possono allungarsi anche per molti metri dal corpo centrale. Questi tentacoli sono ricchi di nematocisti e pertanto fortemente urticanti; il loro tocco, sebbene nella maggior parte dei casi non abbia gravi conseguenze per gli esseri umani, è molto doloroso e causa bruciori ed arrossamenti nella zona colpita.

Ecologia, comportamento e riproduzione

La specie, tipica delle acque fredde, non scende mai al di sotto del 42° parallelo di latitudine Nord. Sono animali pelagici per la maggior parte delle loro vite, sebbene molti individui tendano a riunirsi in baie chiuse e riparate alla fine del loro primo anno di vita, formando dei gruppi anche piuttosto estesi. In mare aperto, queste meduse, con il loro esteso set di tentacoli urticanti, sono spesso circondate da piccoli pesci, come gli avannotti della Zaprora silenus, e crostacei refrattari al loro veleno, che le sfruttano così come dei rifugi sicuri dai predatori. Sono solite nuotare nella zona compresa tra la superficie e i 20 metri di profondità, nuotando lentamente, con battiti ritmici e distanziati dell’ombrello. Per effettuare grandi tragitti, si affidano alle correnti oceaniche. Queste meduse entrano in contatto con gli umani specialmente durante la tarda estate e l’inizio dell’autunno, allorché le correnti stesse iniziano a portarle più vicino alle coste.

La loro dieta include principalmente zooplancton, ctenofori ed altre meduse; in particolare, le meduse criniera di leone sono note per essere predatrici di Aurelia aurita. Sono a loro volta predate da diverse specie di uccelli marini, da grandi pesci e da tartarughe acquatiche.

La criniera di leone nella cultura popolare

Questa medusa, piuttosto diffusa nelle acque del nord dell’Inghilterra e soprattutto della Scozia, è comparsa come vera e propria antagonista del celebre detective Sherlock Holmes nel racconto La criniera del leone (The Adventure of the Lion’s Mane, 1926), pubblicato nella raccolta Il taccuino di Sherlock Holmes di Sir Arthur Conan Doyle. In questa storia breve, oltretutto eccezionalmente narrata in prima persona dallo stesso Holmes (per una volta non accompagnato dal fido Watson) l’investigatore londinese tenta di far luce su una serie di misteriose morti, che si scopriranno causate proprio da questa medusa. Nella realtà, ad ogni modo, la puntura di C. capillata, benché dolorosa, non risulta fatale per gli esseri umani, a meno di predisposizioni o di reazioni allergiche.

 
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